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Una vita a combattere la pubblicità sessista: addio ad Annamaria Arlotta

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La pubblicità sessista offende tutti. È il nome del gruppo Facebook che aveva creato Annamaria Arlotta per segnalare, combattere ed eliminare tutte le pubblicità che danno una rappresentazione sbagliata dell’immagine femminile. La notizia della sua scomparsa è stata comunicata ieri dalla figlia nello stesso gruppo con un post che recitava così:

“Volevo avvertire il gruppo che mamma non ce l’ha fatta. Vedremo in futuro, forse, se qualcuno vorrà tenere vivo il gruppo”.

In questo gruppo ci sono anch’io e ho appreso così la notizia della morte della sua fondatrice, che ho seguito spesso perché amo la pubblicità e credo che abbia una responsabilità che non può mai prescindere dall’etica.

Ho sempre odiato i doppi sensi a sfondo sessuale, i luoghi comuni e le “scorciatoie” per ottenere visibilità. La pubblicità è comunicazione e la comunicazione deve dire la verità, informare, creare relazioni e non può né ingannare, né veicolare messaggi sbagliati.

Il gruppo di Annamaria non si limitava (e non si limiterà, visto che la sua attività non si ferma) alla mera discussione tra like, commenti e condivisione di esperienze ma aveva lo scopo di raccogliere e identificare tutte le pubblicità sessiste per poi segnalarle prima ai diretti interessati (che in molti casi accettavano l’accusa e modificavano il contenuto del messaggio) e poi alle autorità competenti.

La notizia della sua scomparsa è un duro colpo per chiunque ami la comunicazione vera, autentica e di qualità ma anche per tutti quelli che credono in un corretto uso dell’immagine femminile, nell’etica e nel rispetto dei diritti delle persone.

Tra le diverse battaglie che Annamaria Arlotta ha condotto con grande decisione non possiamo dimenticare quella contro il Caffè Lavazza che metteva in scena un Paradiso dove le donne erano relegate al semplice ruolo di ancelle dalla fisionomia angelica, mentre i ruoli rilevanti erano affidati a figure maschili.

2 pensieri su “Una vita a combattere la pubblicità sessista: addio ad Annamaria Arlotta

  1. Mi unii al gruppo convinta del suo messaggio.
    Da donna femminista in un gruppo femminista, mi aspettavo di poter parlare liberamente e contribuire a conversazioni costruttive.

    Ma mi sbagliavo. Le discussioni venivano impedite da censure affrettate.
    La regola era che “non si possono criticare altri iscritti”, ma si veniva censurati anche se la si rispettava. Bastava non essere d’accordo col modo di ragionare di qualcuno, e spiegarlo pacatamente, per venire censurati.
    Si diceva che in questo modo si sarebbero evitate litigate fuori controllo, ma a censurare chi sta pacificamente esponendo un punto di vista appena diverso non si crea forse un malcontento maggiore?

    Vidi che gli admin delle pagine che venivano accusate di sessismo la maggior parte delle volte spiegavano le proprie intenzioni e le proprie scelte, ma si trovavano di fronte ad un muro, non venivano ascoltati, e qualunque cosa dicessero veniva immediatamente bollata come “scusa” presa dal “Bingo delle Banalità” (https://www.facebook.com/groups/pubblicitasessistaoffende/permalink/1882817915101700/, https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10212389658722893&set=g.139046259478883&type=1&theater&ifg=1).

    Oltretutto, molte pubblicità venivano accusate sulla base di interpretazioni parziali. Si prendeva un dettaglio, lo si isolava dal contesto, gli si attribuiva un’interpretazione sessista, e scattava la “colpevolezza”, anche se il resto della pubblicità in questione indicava chiaramente che non era quello il significato di quel dettaglio. Oppure si interpretava ogni donna che faceva qualcosa come “tutte le donne devono fare questa cosa” e “solo le donne possono fare questa cosa”, leggendo in pratica ogni pubblicità come una dichiarazione su cosa le donne possono o non possono fare, anche quando l’argomento era un altro e chiaramente gli autori non intendevano dire niente del genere.

    Me ne andai da quel gruppo, enormemente delusa. Il sessismo è un tema relativamente recente, su cui in molti dobbiamo ancora sviluppare una sensibilità. Le persone hanno bisogno di essere educate, non bacchettate. Bisogna riconoscere le buone intenzioni e invitare a fare maggiore attenzione, e non partire dal presupposto che chi fa le pubblicità abbia cattive intenzioni, e continuare a insistere che le sue intenzioni siano cattive anche dopo che si è spiegato.
    E, siccome si tratta di un tema emerso di recente, bisogna ammettere che nessuno di noi ha la verità in tasca su come il sessismo vada individuato. Quando qualcuno non percepisce come sessista una cosa che a noi sembra tale, bisogna confrontarsi, invece di dare per scontato che l’altra persona sia necessariamente in errore in quanto “talmente assuefatta da non rendersene nemmeno conto”. Bisogna ricordarsi che le altre persone su internet sono persone adulte e spesso anche istruite, che non vanno trattate come bambini da far rigare dritto (nota: il sessismo nelle pubblicità non è soltanto una questione di comunicazione, ma anche una questione di scienze sociali, scienze politiche, storia, letteratura, arte… quindi anche gli “esperti di comunicazione” del gruppo non sono le uniche menti di cui il gruppo ha bisogno). Se qualcuno non vede sessismo in una pubblicità, forse davvero è una persona assuefatta che ha bisogno di educazione, o forse invece è una persona che ha competenze e conoscenze sufficienti per sostenere che una cosa non sia sessista, o perlomeno per poter dare il beneficio del dubbio. Cosa si guadagna a zittire queste persone, e a considerare come “produttivo” solo l’accusare, e non il confrontarsi e il capire?

    Annamaria Arlotta ha avuto un’intuizione importante e ha creato questo gruppo. Ma la lotta al sessismo non è “la lotta di Annamaria Arlotta”. E’ una lotta che ci riguarda tutti, che dobbiamo fare tutti, per il bene di tutti. Farla bene è più importante che farla pedissequamente come la faceva lei. E per farla bene bisogna che quelli che con buone intenzioni vogliono fare questa lotta possano confrontarsi. I membri del gruppo hanno una mente propria, e anche le persone esterne al gruppo che vogliono contribuire hanno una mente propria. Non so gli altri, ma io non sono femminista per seguire acriticamente un capo donna invece che un capo uomo. Io sono femminista per poter usare il mio cervello e non dover seguire acriticamente nessuno.

    1. Grazie mille Alice. È una testimonianza molto completa e onesta e ti ringrazio davvero per averla lasciata. Sono d’accordo con te anche se, durante la mia esperienza nel gruppo non ho avuto modo di constatare quello che racconti, probabilmente perché ho un approccio prettamente tecnico alla pubblicità e, quindi, forse mi mancano quei background di cui parli.
      Il tuo commento lascia trasparire la tua obiettività e non fatico a darti ragione, il web e le community sono piene di situazioni del genere. Ovviamente il mio articolo puntava più a evidenziare la nobile causa, piuttosto che le modalità. Grazie ancora.
      Antonio

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